Rinnoviamo il nostro appuntamento con la rubrica Intervista all’Artista con una preziosa chiacchierata assieme al fotografo Cesare Bellafronte, il quale ci spiega com’è vivere seguendo le proprie passioni, un percorso coraggioso e coinvolgente oltre che un incoraggiamento concreto a chi oggi vorrebbe seguire i suoi stessi passi ma non sa da dove cominciare.

Innanzitutto, ci racconti com’è nata la decisione di fare il fotografo?

Non è stata una vera e propria decisione, quanto più un percorso. Le fotografie in casa, quando ero piccolo, era mio padre che le scattava, scatti familiari “della domenica”, aveva una bellissima macchina fotografica che ora ho nella mia vetrina e ogni tanto utilizzo, comparata in qualche parte del mondo dove la marina lo aveva portato.

Quando poi sono andato in Germania per quattro anni a fare il gelataio, durante il secondo anno mia sorella Francesca mi ha raggiunto e per il mio 15° compleanno mi ha regalato una “compattina”, una macchina fotografica molto basilare che aveva “sole e nuvole” come regolazione. Allora ho iniziato a scattare un po’ tutto quello che vedevo attorno a me, ma come può scattare un bimbo quindicenne di trent’anni fa, quindi senza la ricerca dell’immagine da postare come va di moda oggi, ma quello che c’era intorno a me cercando di fermare nel tempo quello che vedevo.

Nel ’91, dopo essere tornato dalla Germania e dopo la leva militare, mi sono trasferito a Udine. Durante questo periodo avevo comunque continuato a curare quest’interesse verso la fotografia, ma senza grande impegno nello studio, più che altro alla ricerca di quello che poteva fare questa macchinetta fotografica (al punto che l’avevo smontata e modificata per riarmare l’otturatore senza far andare avanti la pellicola per fare le sovrapposizioni). Dopo questa ricerca fotografica e vista la passione che nutrivo per quest’arte, riuscii a farmi assumere tra il ’91 ed il ’93 presso lo studio di un fotografo a Udine, Foto Zannini. Fu lì che sempre mia sorella Francesca mi regalò la mia prima Reflex, una meravigliosa Olympus OM1n, una reflex usata degli anni ’70 che per alcuni scatti a pellicola ancora utilizzo (ed essendo uno strumento meccanico e più complesso, ho iniziato anche a comprarmi i miei primi manuali e studiare).

Tra il ’93 ed il ’99 ho invece lavorato per lo studio di quello che è stato il mio mentore, Marco Pregnolato, una persona a cui tutt’oggi devo di avermi insegnato un mestiere, di avermi trasmesso il valore di questo lavoro ed è stato in quel momento che ho davvero ho pensato che bello sarebbe vivere facendo questo. Dal ’99 pur svolgendo altri lavori, ho continuato ad occuparmi di fotografia e inconsapevolmente, maturando lentamente una crescita personale/professionale, ma è stato nel 2004 che ho aperto la partita IVA ed ho incominciato a propormi come libero professionista, spaziando anche in lavori di ripresa e motaggio video (visto il mio grande amore per il cinema). Il cambio definitivo fu nel 2010, perchè fino a quel momento avevo continuato a svolgere un’altra mansione che mi aiutava economicamente ma, visto che i rapporti interpersonali erano diventati impossibili e da entrambe le parti c’era bisogno di un cambio netto, decisi la strada più difficile e seguii totalmente la strada del fotografo professionista. In questo Facebook mi aiutò davvero molto, tra l’altro nel 2010 ci fu anche un cambio dell’attrezzatura che mi ha fatto rinascere professionalmente. Poi, chiaramente, ancora oggi continuo a studiare e cerco di imparare giorno per giorno, sperimentare.

Hai dei soggetti preferiti? Nel tempo libero cosa ti piace o ti piacerebbe fotografare, per passione?

Chiara Silvestri, foto di Cesare Bellafronte

Chiara Silvestri, foto di Cesare Bellafronte

Sono stato “musicista” (per modo di dire) per un po’ di anni, amo la musica, fa parte di me (ho suonato diversi strumenti, dalla chitarra al basso ma nella mia band suonavo la batteria!) e quando un musicista mi chiama per fare foto/video io mi nutro. Per quanto io possa amare e impegnarmi a valorizzare tutto quello che faccio come fotografo, però… Fotografare la musica sebbene possa guadagnare molto meno di quello che potrei ricavare da una foto commerciale o dai book, mi nutre veramente l’anima.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di essere anche fotoreporter, ti va di parlarcene?

Quando fui assunto da Zannini (Foto Zannini), lui mi fece capire che se avessi smesso di fotografare tramonti e fiorellini e mi fossi concentrato un po’ di più sulle persone, forse qualcuno poteva anche avere interesse a comprare queste fotografie. Ricordo che, Dal ’91, ogni volta che uscivo a fare la spesa avevo la macchina con me, se dovevo portare fuori il cane avevo la macchina con me e fotografavo tutto quello che vedevo, non me ne staccavo mai! Poi sono sempre stato un amante dei reportage specie quelli di guerra di Capa, o le meravigliose quotidianità di Cartier Bresson o Doisneau, per dire ho sempre preferito ottiche fisse da 35 a 50 mm allo zoom perchè quello che vede l’occhio umano deve vederlo anche la macchina fotografica, quindi cercavo di avere una visione da reportagista che mettevo in pratica ogni giorno.

Secondo te, nella fotografia conta di più il rigore e la preparazione o è più importante saper cogliere l’attimo?

Come diceva un mio collega, la fotografia è molto subdola, perchè non appena la vedi ti ha già detto tutto quello che deve dirti. Con un video si ha il tempo di scandire la narrazione, ma la fotografia ti può far capire che il cane è l’animale più feroce della terra se lo ritrae a zanne snudate mentre morde un bambino, oppure che è l’animale più docile della terra se lo ritrae mentre gioca con un rotolo di carta igienica. Sono due immagini che ritraggono lo stesso soggetto, ma con significati diametralmente opposti. La foto contrastata, il bianco e nero cattivo, magari una visione molto grandangolare, aumentano il dramma in quella foto; una foto a colori delicata, dolce, con uno sfocato tutt’attorno, ti fa vedere la cosa in un altro modo. Quando devo fare una foto molto tecnica, che deve avere dentro tutti questi messaggi, sicuramente lo studio e la progettazione è al massimo livello, al 90%. Quel 10% che resta è la componente umana, che cerco di estrapolare fuori per rendere credibile l’immagine nel suo contesto. Gli attori vincono l’oscar non per la bellezza, ma per quello che sanno raccontare e trasmettere, quindi io dico sempre: se l’amiente in cui l’attore deve recitare è favorevole, darà il massimo. Se è complicato, magari non riuscirà a dare tutto se stesso sempre.

Poi ovviamente la grande professionalità dell’artista è di riuscire ad essere sempre lineare ed impeccabile, indipendentemente dall’ambiente. Questo per dire che, indipendentemente dal soggetto o dal messaggio, quando tu hai già un 90% di progettazione impeccabile, ti è più facile tirarne fuori il lato umano. Quando si tratta di ritratto, indipendentemente che sia tu a chiamarmi per chiedermi di scattare un ritratto o sia che io ti fermi per strada, perchè ti trovo interessante e ti chiedo di scattare una foto, in quel momento si instaura un rapporto. C’è sì una parte di preparazione, il vestito, il posto, la luce… ma poi la foto vincente è sicuramente quella in cui, magari la modella si rilassa, si distrae e rubo il momento, quindi quando riesce ad essere se stessa. Io ad esempio non sopporto quando alcuni miei colleghi dicono “guarda, questa modella è bellissima, davvero, però è un pezzo di legno! Non si muove!”. Se è davvvero un pezzo di legno, ammesso che sia davvero lei che non si muove, allora, caro collega tu devi posare la fotocamera ed impugnare lo scalpello, perchè se la modella si irrigidisce, è sempre colpa del fotografo, vuol dire che sono io a non averla capita e non essere riuscito a coinvolgerla, a trasmetterle fiducia e a stabilire un legame con lei, adeguarsi alla natura della persona che hai davanti, e questo ovviamente non solo nella fotografia, ma nella vita du tutti i giorni presumo.

Quindi, dalla fotografia che scatti tu vuoi che traspaia l’emozione.

Esatto. La foto non dev’essere solo un click su Facebook, dev’essere un racconto attraverso l’immagine; deve venir fuori il dialogo che c’è stato tra il soggetto e il fotografo. Ti faccio un esempio, anche da un servizio pubblicitario in cui dovevo fotografare un percorso produttivo all’interno di un capannone industriale, sono riuscito a ricevere delle parole, da chi mi ha ingaggiato, che non avrei mai immaginato! Ma perchè? C’erano cinque luci diverse, questo fumo assurdo; ho cercato di enfatizzare ogni gamma e tonalità di colori che vedevo spiccare e risaltare, come le colate di acciaio fuso, l’operaio in movimento tra luci e fumo, ecc. Quando hanno visto le foto, hanno detto “Urca! Ma non sono le classiche foto industriali che gli altri ci fanno, cos’hai fatto?!” Le ho interpretate a modo mio.

Cesare Bellafronte fotografo soggetto Federico Ricardi Di Netro

“Sono stato musicista per un po’ di anni, amo la musica, fa parte di me e quando un musicista mi chiama per fare foto/video io mi nutro”

Alla fine di ogni intervista ci piace provare a scoprire il punto di vista di voi professionisti, che questa strada l’avete già percorsa, su cosa bisognerebbe fare -o non fare- per chi si approccia oggi al vostro mondo lavorativo.

Io direi che non solo nella fotografia, ma nell’arte figurativa o comunque laddove ci sia arte e creatività, riuscire a fare nella vita ciò che si ama, come disse qualcuno, significa non lavorare un solo giorno. Ma, sicuramente, per riuscire a farsi notare bisogna uscire dagli schemi, cambiare punto di vista, frequentare anche persone con un punto di vista totalmente diverso dal tuo per vedere le stesse cose in modi che altrimenti non avresti visto. Questo paese, purtroppo, non aiuta (non solo il fotografo, ma anche il piccolo e grande imprenditore) a crescere, giovani e meno giovani all’estero hanno molte più probabilità di fare qualcosa di bello e di portare avanti i loro sogni. Io, nonostante abbia quasi cinquant’anni, se non continuassi a sognare non riuscirei ad andare avanti col mio lavoro.

La mia pecca è forse di essere troppo un sognatore e poco realistico, ma toglietemi questo e io cambio lavoro. Non vado mai a dormire alle nove e mezza/ dieci, vado a dormire alle due e mezza/tre, perchè non mi basta mai il tempo a disposizione, ma amare il proprio lavoro vuol dire anche non guardare mai l’orologio. Un altro consiglio che potrei dare è di non smettere mai di studiare; io ho tantissimi libri di fotografia, sicuramente oltre 200, ma ogni mese investo nell’acquisto di riviste di moda nazionali e internazionali, perchè i libri servono a darti la visione/cultura della storia della fotografia, la rivista specializzata ti mantiene aggiornato sulla tendenza. Quindi chi si approccia a questo mondo secondo me deve istruirsi, portare avanti le sue idee, non pensare mai di essere arrivato e continuare a studiare ogni giorno, come dicevo, avere una buona dose d’umiltà, di coraggio e anche un po’ di incoscenza. Saper accettare le critiche che vengono da chi se lo può permettere, perchè se una persona vuole criticare e non ha le competenze per farlo, mi dispiace ma non lo accetto; ma se la critica è costruttiva e nasce da una persona competente e preparata, allora dovreste farne tesoro per crescere. Come dico sempre ai miei allievi “io non vi criticherò mai per le foto che avete scattato, vi dirò solo io l’avrei fatta così!”

Cesare Bellafronte (Facebook), www.bellafronte.com.

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